20

Cin cheers

Un po’ mi mancano, quelle visite settimanali -ma anche bi o trisettimanali-, e quelle domande che mi prendevano alla sprovvista. Quel passare l’aspirapolvere strategico un minuto prima che suonasse il citofono. Quel controllare ossessivamente coltelli e forbicine in giro per casa e chiudere tutto a chiave con l’apposito lucchetto a prova di incredibile Hulk.

Ma da quando abbiamo firmato gli incartamenti che ci hanno trasformato in prospective adoptive parents, tutti i nostri assistenti sociali sono spariti nel nulla. Puff. Io ancora le chiamo -loro non rispondono. Lascio messaggi in segreteria -nulla. Mando circa tre email al giorno – a volte qualcuno dà un cenno di vita. Ma perlopiù ci hanno lasciati qui, in questo limbo prospettico. Puff puff.

Perchè quando ti abitui a vedere la tua casa, e la tua vita, invasa da sconosciuti, pur con le migliori intenzioni, e poi di punto in bianco questi ormai non più sconosciuti smettono di intromettersi, ti chiedi se sia normale. Forse si sono dimenticati di noi, pensi. Beh, io di sicuro non mi sono dimenticata di loro. Non mi sono dimenticata di tutte quelle volte che ho dovuto raccontare daccapo la storia di little K, descrivere minuto per minuto la sua giornata tipo e le mille volte che ho dato l’indirizzo della scuola, sempre lo stesso.

Di quella volta che non avevo fatto la spesa e Michelle ha controllato il frigorifero e ha trovato un’insalata, tre pomodori, un vasetto di burro di arachidi (quando mai) e poco altro, e ha commentato quanto la nostra dieta sia sana, ed era seria, e forse un po’ delusa di non aver trovato  mac&cheese e ali di pollo fritte.

Di quella volta che ho aperto lo sportello della cucina per mostrare ad Allen le provviste di acqua e cibo in caso di catastrofe stile armageddon, e il gatto ha fatto capolino con nonchalance tra fagioli in scatola e confezioni di Trader O’s.

Quella volta che Julia mi ha chiesto cosa fai se tuo figlio scappa di casa, e io a convincerla che non era un’eventualità, chiudo tutto a chiave, le ho detto, e non sapevo cos’altro dire, e lei insisteva, se ma se scappa cosa fai, e io insistevo che non scappa, e siamo andate avanti così all’infinito.

Quella volta che Christian mi ha chiesto se in casa usiamo un sistema di positive reward, e io serafica gli ho detto che mio figlio mi dà uno sticker ogni volta che mi lavo i denti. Due se passo il filo interdentale.

Quella volta che Chiquita doveva venire alle sette e mezza di mattina ed è arrivata con un’ora e mezza di ritardo, vestito giallo a fiori e tacco 12 per novanta chili di ilarità con una punta di isterismo, e ha parlato del traffico di LA per quattro minuti e mezzo e chiesto di mio figlio per trenta secondi e poi se n’è andata – ma cosa vuoi da una che si fa chiamare Chiquita.

Quella volta che Brianna mi ha chiesto come integriamo il background culturale americano del bambino con quello italiano. E io ho farfugliato, cercato di cambiare argomento e infine non ho saputo rispondere, ma poi mi è venuto in mente che little K. alle feste brinda al suono di battaglia di Cin Cheers!!!, e la domenica mattina mette l’olio d’oliva sui pancake, e se non è un esempio di integrazione questo. E da allora tutte le volte spero che me lo chiedano di nuovo.

E adesso che so le risposte a tutte le domande, adesso che so cosa aspettarmi, adesso che sono diventata ossessivamente ordinata anche se pochi ci crederanno, aspetto solo di brindare Cin Cheers una volta per tutte.

IMG_0509

(Nel frattempo festeggio un anno che little K. mi chiama mommy).

(anzi mommymommymommy).

Annunci
18

How happy can we be

DSC_0147Un bel giorno ti arriva una mail che ti chiede quando vuoi andare a firmare gli incartamenti per l’adozione di little K, mercoledì o giovedì? Firmato una delle mille assistenti sociali che in questi mesi ti hanno osservato, giudicato, annotato e scrutinato. Che senza ritegno hai inondato di messaggini, mail, voice-mail. Che ti danno versioni diverse della storia di tuo figlio, ti fanno le stesse identiche domande ogni volta che vengono a trovarti e gli fanno saltare la scuola causa visita a casa.

Così, un bel giorno, dopo che per un anno e due mesi ti prepari a questo momento solenne, e non hai ancora capito se  questo andare a firmare paperwork è burocrazia o felicità, l’ennesimo step di un processo che sembra durare da mille anni o un nuovo inizio.

Sempre via mail, senza ormai più vergogna, non le chiedo mica cosa significano questi documenti, che mi sono stufata di spiegazioni tecniche e termini giuridici e cavilli burocratici. Le scrivo how happy can we be.

Happy like possiamo andare a festeggiare? Happy like siamo fuori dal tunnel? Happy like prenotiamo una vacanza alle Hawaii? Happy like le cose vanno bene ma aspettiamo ancora qualche giorno per essere sicuri sicuri sicuri? Happy like possiamo dormire la notte? Happy like mi faccio un espresso o happy like mi drinko un margarita?

Salta fuori possiamo essere happy like prospective adoptive parents di little K, oramai ex-foster parents. Happy like abbiamo firmato documenti per tre ore in un piccolo ufficio con tre social workers una simpatica una scazzata e una scandalosamente assente ma in teleconferenza. Happy like su metà dei documenti i nomi mancavano o erano sbagliati o avevano fatto un copia e incolla da un caso precedente e abbiamo rifirmato tutto daccapo e mangiato caramelle. Happy like mi sono rubata la penna con la quale ho firmato per ricordo. Happy like dopo siamo andati a pranzo in un ristorante italiano a Culver City invece di tornare subito al lavoro. Happy like ci sentiamo tanto più leggeri e Little K ha già un nuovo cognome italiano che fa tanto giocatore di calcio di serie A e che per gli americani sarà impossibile da comprendere. Happy like quando la magica parolina prospective si dissolverà fra altri fatidici sessanta giorni, e saremo davanti al giudice, e io piangerò tutto il tempo, allora potremo essere happy like really really happy. Like happily ever after.20150402_161348

17

Cranky

Screen Shot 2015-02-18 at 3.46.04 PMComunque no, essere una foster mom non è come essere una nonfoster.

Perchè ho dovuto aspettare un anno, tribunale permettendo, per tagliargli i capelli.

Perchè ancora adesso ogni volta che si fa un graffio devo documentare l’evento con foto e dettagliata dinamica dell’evento (si è catapultato a braccia aperte dall’altalena spiaccicandosi la faccia sul cemento; è caduto dalla bicicletta cercando di impennare e saltare contemporaneamente il giorno dopo aver imparato senza rotelle; nel tentativo di nuove acrobazie con lo skateboard si è graffiato il labbro inferiore).

Perchè per un intervento dal dentista bisogna chiedere il permesso della corte superiore del tribunale dei minori e nessuno risponde alle mie email o telefonate e l’assistente sociale manda i documenti sbagliati e non sa neanche dove sta di casa.

Perchè in tribunale l’avvocato ti chiede che sei venuto a fare, foster parent.

Perchè da un mese devo chiamare la (foster) mom del fratell(astr)o di mio figlio, per un playdate, e non trovo il coraggio, e se mi avessero detto un anno fa che avrei scritto questa frase.

Perchè nessuno mi ha spiegato che sessanta giorni dall’ultimo appello per procedere all’adozione significano sessanta giorni lavorativi, e in mezzo c’era pure Natale, e mi ero svegliata tutta contenta stamattina perchè oggi erano sessanta ma invece sono solo quarantadue, e questi giorni non passano mai.

Perchè lo devi portare dal dottore ogni due mesi anche se sprizza salute.

Perchè non possiamo viaggiare al di fuori della California, che va bene, non è l’Alaska, ma dopo San Diego e Santa Barbara e San Diego e Santa Barbara vorrei togliermi di dosso questa sensazione di esilio e fare vedere un po’ di mondo a little K.

Perchè a essere un foster kid non si scherza nemmeno. Perchè a quattro anni mio figlio ha un avvocato, quattro assistenti sociali, ha abitato in cinque case diverse, sa cos’è un giudice e gioca agli orsetti che adottano i coccodrilli, e ai neonati che vengono portati via dalla polizia. E sussulta ogni volta che suonano il campanello

No, essere una foster mom non è come essere una nonfoster. Non sempre, non oggi. Oggi siamo un po’ cranky.

Screen Shot 2015-02-18 at 3.39.34 PM

18

Quello che pensano i bambini

Alcuni bambini pensano che i bambini li porti la cicogna. Altri che nascano sotto il cavolo.

Mio figlio pensa che i bambini vengano portati dall’assistente sociale. E da tre mesi non fa che parlare di Little Brother, questo supereroico ratmaniano amico immaginario, che ha già un lettino pronto nella sua stanza e una macchinina nuova nell’armadio.

Little Brother si mette sempre nei guai, si trasforma in un robot gigante dalle sembianze di Pinocchio e ogni tanto si strozza con una polpetta, muore e poi risuscita, rompe i giocattoli nuovi di Big Brother e gli dice di giocare ancora cinque minuti prima di lavarsi i denti. E poi altri cinque ancora. Little Brother incontra i soldati americani durante la seconda guerra mondiale ma per fortuna non gli sparano, vogliono solo farsi una foto con lui e l’asinello. Little Brother viene rapito in continuazione sotto le sembianze di dalmata, uova di dinosauro o cucciolo di foca puzzolente. Little Brother guida la motocicletta senza permesso e quando Big Brother se ne accorge gliela taglia a metà con le forbici.

mini donuts

Se penso che un anno fa mio figlio è arrivato nella macchina dell’assistente sociale, piccolino, magrolino e con la faccia spaventata di vecchietto, e adesso può andare avanti a disquisire per trentacinque minuti no-stop forte dei suoi quarantatrè pollici e quaranta pounds, se penso che si sveglia cantando Allafieradellest e All’ombra dell’ultimo sole si era appetito un pescatore. Che parla americano meglio di noi, capisce l’italiano anche se a volte fa finta di no, canta in hebrew che mi sembra l’esorcista e conta in spagnolo e portoghese.

Se penso che ci sono quarantamila little brothers e sisters nel foster care e che me li porterei tutti in casa ma non si può.

Se penso a un altro anno di assistenti sociali che ti aprono il frigorifero e chiedono domande improbabili e e vogliono parlare in privato con tuo figlio (che li chiama stupid e chi può dargli torto). A un altro anno di assistenti sociali adorabili che ti rassicurano e rispondono alle tue quarantamila email e portano sorrisi e Monster Truck alle visite. A un anno di pianti in tribunale e a un anno di no-viaggi-fuori-dalla-California.

Ripenso a tutto questo, e penso che sì, certo che lo rifarei, lo rifaremmo, e lo rifaremo. Magari non subito subito. Magari, adesso che le acque sembrano un po’ più calme, pensavo di ricominciare a scrivere sul blog.

Che dite?