La cena degli idiomi

Venerdì sera (TGIF!) veniamo invitati a questa festa di compleanno, destinazione Cheese Cake Factory.

Io, che nella vita volevo fare la degustatrice di cheese cake, sono esaltata come una bambina, e poi mi piacciono i compleanni e le feste e scoprire nuovi posti e conoscere nuova gente. Cioè non è che sia sempre così simpaticamente socievole ed odiosamente mondana, ma oggi mi va così. Insomma sono contenta. Tutto il giorno il mantra cheese cake cheese cake rimbomba nella mia testa, come Homer con la sua ciambella. La festeggiata è amica R., portoghese, quella del parrucchiere più terremoto.

Ma R. non deve avere un karma molto positivo, o ci portiamo sfiga a vicenda, perché quando arriviamo al luogo dell’appuntamento la Cheese Cake Factory sembra sparita nel nulla come la casa di Dorothy risucchiata nell’uragano. Niente, nada, nessuna cake, nessun cheese, nessuna fattoria, neanche la zia Emma e lo zio Henry. Io ci rimango malissimo, che sono pure stata a dieta tutto il giorno, come la Jan di Grease, per mangiare una fetta di dolce. Per non parlare di R. che, da donna tutta d’un pezzo super organizzata e certosina mostra una certa avversione per le sorprese. Ma che le frega della torta, penso, che lei mangia solo germogli di soia e lattughina e poi va pure a fare le maratone. Aspettiamo tutti i convitati e prima che R. cominci a mostrare segni di squilibrio, decidiamo di spostarci in un caffè organico nelle vicinanze. Il Coral Tree Cafe sembra invitante, ha il patio con le candele fuori, un’ampia sala con tavoloni di legno dentro, risulta vegetarian friendly e offre tante tante ma tante torte in vetrina. Let’s go.
Prendiamo posto. Tony fa subito amicizia con un surfista fanatico che lo convince che non c’è niente di meglio nella vita che svegliarsi all’alba in gennaio, andare a fare surf nell’acqua gelida, poi con i piedi ancora ibernati ripartire alla volta delle montagne e praticare snowboard nell’arco dello stesso giorno. Come no, magari spostandosi in bicicletta.
Per evitare di scoprire di che morte devo morire, mi giro dall’altra parte e mi metto a fare conversazione con la coppia seduta vicino a me, lui italiano lei portoghese. Mangiano e bevono, ed usano fare jogging alla sera, e questo li fa schizzare su nella classifica dei buoni-simpatici-possibili-futuri-amici. Lui mi racconta la storia della sua vita in italiano, ignorando la sua ragazza che non capisce una mazza. Lei non si scompone e si mette a chiacchierare con Michael l’americano in camicia bianca inamidata e occhiali tartarugati da nerd, che ha conosciuto R. tramite un annuncio su internet: dicono che si incontrano regolarmente per migliorare la lingua e scambiarsi gli idiomi. Così dicono. Il nostro amico coreano sprovvisto dell’enzima dell’alcool ci dà soddisfazione come sempre sfoggiando un colorino fucsia al primo sorso di birra ma poi, molto presto nella sera, scappa via per skypeggiare con la sua fidanzata in Corea, che si sono visti solo una volta nella vita otto mesi fa. A un certo punto si presenta un’indiana timida timida collega di R. che non dice una parola per tutto il tempo e beve succo d’arancia lanciando occhiate languide al surfista. Chiude il cerchio R. che ci invita un po’ impettita a ordinare le torte senza perdere tempo in chiacchiere.

Arrivano le torte, una red velvet dai colori fluo inquietanti, un cubo burroso di cioccolato burroso al sapore di burrosissimo cioccolato e qualche porzione di white and black cake, morbide, pannose e zuccherose. Non il massimo ma oramai siamo amiconi, pasteggiamo a vino e birra e ci passiamo le torte e le assaggiamo un po’ tutti, tranne R. che si limita a sorseggiare una triste camomilla.
A fine serata i nostri fegati si salutano reciprocamente e si danno appuntamento per una prossima futura remota serata tutti insieme.  Poi saltiamo sulle nostre trek, la nostra atleticità appena appannata da qualche caloria di troppo.

Io riesco a resistere ben due secondi e mezzo prima di spettegolare sulla serata ”Ma magari per il suo compleanno se la poteva concedere una fetta di grassi saturi e carboidrati…” dico polemica a Tony mentre attraversiamo il parco sulla via di casa. Ma Tony già non mi ascolta più, lo sguardo sognante, al posto della pupilla sinistra una fishboard, in quella destra una tavola da snowboard.

Il giorno dopo però la cheese cake l’ho fatta, versione veloce e leggera, senza uova e con quello che avevo in casa.

Cheese Cake degli Idiomi ovvero Cheese Cake Vaniglia e Lamponi

Ingredienti:

Base:

  • Biscotti secchi 180 gr.
  • Cacao amaro due cucchiai
  • Burro 80 gr.

Farcitura:

  • Philadelphia Light 250 gr.
  • Yogurt magro 100 gr.
  • Gelato alla vaniglia fat free 100 gr.
  • Zucchero 80 gr.
  • Estratto di vaniglia un cucchiaino
  • Agar Agar 2 cucchiaini

Copertura:

  • Lamponi freschi 170 gr.

Come procedere:

Sbriciolare i biscotti, aggiungere il cacao e mescolando aggiungere il burro fuso. Pressare bene il tutto sulla base di una tortiera apribile ricoperta di carta da forno e porre il frigo per un paio di ore.

Mescolare in una ciotola il formaggio cremoso (io ho usato la philadelphia), lo yogurt, il gelato alla vaniglia, lo zucchero e l’estratto di vaniglia fino a raggiungere una consistenza omogenea. Aggiungere l’agar agar e versare la farcitura di composto formaggioso e cremoso sulla base di biscotto. Decorare con i lamponi e tenere in frigorifero per qualche ora prima di servire.

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35 thoughts on “La cena degli idiomi

  1. ben fatta la cheese cake! dopotutto, tutta una giornata sognando cheese cake per poi non averne, non puo’ far bene alla salute 😉

    • Ti cito pari pari questa bella definizione presa da

      ”L’agar agar è un derivato di alghe rosse, e viene utilizzato in cucina come gelificante, in alternativa alla colla di pesce che è fatta con scarti animali come la cotenna…Si può utilizzare sia per le preparazioni dolci (gelatine, budini, marmellate…) che per quelle salate. In commercio si trova sotto forma di polvere bianca o di fiocchi…che vanno sciolti nel liquido che si desidera gelatificare e fatti bollire per pochi secondi…”

  2. carissima, e’ giunta l’ora che tu ti impari a memoria dove sono tutte le cheesecake factory della zona. come si fa a vivere senza? adoro il brunch la domenica mattina!
    a presto,
    Giulia

  3. Serata all’insegna «Stiamo insieme ma poi ognuno parla lababele della propria lingua». Cacofonica e coreografica banda di amici, dove nessuno conosce tutti, ma ognuno conosce il suo prossimo.
    Simpatico post con contorno di calorie, pardon di una bella torta
    Buon pomeriggio
    Un saluto

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