15

Mammamariama

Ci hanno visitato gli zii dall’Italia, per due settimane, e oltre a beccarsi gli unici cinque giorni di pioggia dell’anno, hanno anche avuto il primo incontro faccia a faccia col nipotino che ha insegnato loro a dire oh man, si è esibito in partite di basket che neanche i Lakers e ha capito subito che se non può avere qualcosa da mommy va subito da zia Nomellina.

Da parte sua, Little K, da Smoke on the Water e Space Oddity, è passato a cantare mammamamammamariama e ilcaffèdellapeppina, che diociaiuti, ha un guardaroba Disney che fa arricciare il naso a Tony ed è stato nutrito di nascosto a orsetti di gomma e lollipop troppo grandi.

Insieme abbiamo girato Los Angeles in lungo e largo e adesso che sono partiti, adesso che tutti quelli che dovevano venirci a trovare l’hanno fatto e li abbiamo portati a vedere la scritta di Hollywood e Beverly Hills, e Santa Monica e Venice, e a bere la birra dove la bevevano i Doors, e il margarita dove tracannava Janis Joplin, e abbiamo mangiato i pancakes a Manhattan Beach, e guardato i surfisti fighi e i surfisti con la panza, e rivelato spiagge segrete a Malibu, risposto per l’ennesima volta che Baywatch non l’hanno girato qui ma a Miami, e fatto window-shopping a Rodeo Drive, e no, non lo so il negozio dov’è andata Pretty Woman, e non so neanche la casa di Brendon&Brenda, e siamo andati all’osservatorio, e mangiato messicano, californamericano, organico-vegano, coreano e libanese, e siamo arrivati a Downtown che sembra New York e Tijuana tutt’insieme, e a quanto è bella UCLA, e tanto shopping e tanto souvenir, adesso siamo noi che vogliamo partire.

http://gencept.com/city-of-the-week-photography-20-los-angeles

Vogliamo tornare a Milano e portare il bambino al birrificio, genitori debosciati, che Tony se l’è pure sognato, e al parco che non mi ricordo come si chiama ma quello vicino alla fermata Udine dove c’è il fiume che puzza e dove andavamo a correre, e al ristorante di Mommaso che se l’è aperto da poco a Repubblica e si chiama L’Arca dei Sapori, e se siete a Milano andateci e salutatemelo, e allo spazio Oberdan a vedere film improponibili, e a conoscere i figli dei nostri amici natidopo. E vogliamo andare a Roma per mostrargli edifici che siano più vecchi di cento anni e salutare lo zio pittore e lo zio pasticcere e le piazze e la luce e i colori che sono diversi. E vogliamo andare in Sicilia a mangiare la granita con la brioche che in inglese non si può spiegare, e farci viziare dai nonni, che continuano a comprare macchinine e aereoplanini da mostrare su Skype, e a tuffarci nel mare senzaleonde.

Nemmeno tredici ore di volo con little K che ha bisogno di correre otto ore al giorno ci spaventano. Se potessero mettere un canestro sull’aereo però non sarebbe male.

Mammamaria se vogliamo partire ma dobbiamo aspettare i fatidici sessanta giorni, che ormai sono vicini. Nel frattempo teniamo duro e cantiamo un po’.

Screen Shot 2015-03-10 at 2.56.35 PM

4

Butterfly effect

Screen Shot 2015-02-20 at 12.39.38 PMAlex è arrivato da San Francisco, con due giorni di ritardo, perchè ha dovuto percorrere diciassette miglia di costa avanti e indietro un paio di volte per vedere tutti gli elefanti marini e le foche e le lontre. Che poi le lontre non le ha viste, e allora si è comprato la maglietta.

Alex, quando l’ho rivisto dopo quasi due anni, mi è sembrato tanto più grande e forte e noi tanto più piccolini.

Alex è nato ventisette anni prima di K, nello stesso esatto giorno, e K è nato ventisette anni esatti dopo Alex, in quello stesso giorno in cui noi quattro, Alex, Daphne, Tony e io, ci alzavamo in un campeggio della Lapponia, io e Daphne ci nascondevamo in bagno a gonfiare i palloncini, e cantavamo buon compleanno su un plumcake finlandese variegato al cioccolato e poi partivamo a pedalare per le foreste; K è nato mentre Alex si fermava ogni chilometro per cibarsi di berries sul ciglio delle strade, e poi voleva fare una strada alternativa into the wild e allora gli abbiamo detto ci vediamo dopo, e Tony e Daphne e io siamo andati avanti a pedalare per dieci, venti, trenta chilometri, quaranta chilometri, dicendo avrà preso una scorciatoia e adesso ci spunta davanti e ci fa il verso; K è nato mentre la mamma di Alex chiamava dalla Russia per fargli gli auguri ma Daphne aveva il suo telefono e non poteva rispondere per dire che ce l’eravamo perso; forse K era già nato mentre Tony, Daphne e io ci fermavamo a pranzare in un microscopico villaggio di tre case e un’osteria, dai aspettiamolo qua, il posto più tipico e delizioso di tutto il viaggio, con marmellata dolce di frutti di bosco e zuppa cremosa ai funghi e patate burrose; K piangeva già quando Tony ha deciso di tornare indietro a cercare Alex disperso nel giorno del suo compleanno e Daphne e io cercavamo un posto per la notte dove piantare le tende e le renne ci hanno inseguito nella foresta e Daphne era preoccupata e mi ha fatto vedere l’anellino che Alex le aveva regalato; K forse dormiva quando Tony dopo aver ripercorso i quaranta chilometri ha trovato Alex con la bicicletta in spalla, e la ruota bucata, che rassegnato tornava al campeggio in cerca di aiuto, e nessuna delle tre macchine che erano passate in otto ore si erano fermate ad aiutare un povero ciclista in tutina rossa elasticizzata che si sbracciava come un pazzo e mimava ”pompa pompa” con le mani; K era nato, e vivo, e piccolissimo, mentre Tony aggiustava la ruota e la pompava e tornava indietro, caviglia infiammatissima dopo centoventichilometri, e riportava Alex a Daphne, e noi due avevamo trovato una casetta nella foresta e cucinato la cena e io avevo imparato come si monta una tenda.IMG_0481

Alex quando ti incontra la prima cosa che ti racconta è la Storia del Suo Compleanno. In una versione lunga, vittimista e melodrammatica che mi piace sempre ascoltare e che ormai capisco anche in russo. E ormai la sa anche little K.

17

Cranky

Screen Shot 2015-02-18 at 3.46.04 PMComunque no, essere una foster mom non è come essere una nonfoster.

Perchè ho dovuto aspettare un anno, tribunale permettendo, per tagliargli i capelli.

Perchè ancora adesso ogni volta che si fa un graffio devo documentare l’evento con foto e dettagliata dinamica dell’evento (si è catapultato a braccia aperte dall’altalena spiaccicandosi la faccia sul cemento; è caduto dalla bicicletta cercando di impennare e saltare contemporaneamente il giorno dopo aver imparato senza rotelle; nel tentativo di nuove acrobazie con lo skateboard si è graffiato il labbro inferiore).

Perchè per un intervento dal dentista bisogna chiedere il permesso della corte superiore del tribunale dei minori e nessuno risponde alle mie email o telefonate e l’assistente sociale manda i documenti sbagliati e non sa neanche dove sta di casa.

Perchè in tribunale l’avvocato ti chiede che sei venuto a fare, foster parent.

Perchè da un mese devo chiamare la (foster) mom del fratell(astr)o di mio figlio, per un playdate, e non trovo il coraggio, e se mi avessero detto un anno fa che avrei scritto questa frase.

Perchè nessuno mi ha spiegato che sessanta giorni dall’ultimo appello per procedere all’adozione significano sessanta giorni lavorativi, e in mezzo c’era pure Natale, e mi ero svegliata tutta contenta stamattina perchè oggi erano sessanta ma invece sono solo quarantadue, e questi giorni non passano mai.

Perchè lo devi portare dal dottore ogni due mesi anche se sprizza salute.

Perchè non possiamo viaggiare al di fuori della California, che va bene, non è l’Alaska, ma dopo San Diego e Santa Barbara e San Diego e Santa Barbara vorrei togliermi di dosso questa sensazione di esilio e fare vedere un po’ di mondo a little K.

Perchè a essere un foster kid non si scherza nemmeno. Perchè a quattro anni mio figlio ha un avvocato, quattro assistenti sociali, ha abitato in cinque case diverse, sa cos’è un giudice e gioca agli orsetti che adottano i coccodrilli, e ai neonati che vengono portati via dalla polizia. E sussulta ogni volta che suonano il campanello

No, essere una foster mom non è come essere una nonfoster. Non sempre, non oggi. Oggi siamo un po’ cranky.

Screen Shot 2015-02-18 at 3.39.34 PM

17

You are my Valentine

Screen Shot 2015-02-12 at 1.18.31 PM

Con un figlio a carico in Italia, non so se lo fai, come lo fai o se consideri anche solo di farlo.

Con un figlio qui in America, il paese delle cartoline e dei gadget per ogni occasione, segni sul calendario la data fatidica con uno sticker apposito che recita special evening e lo fai. Almeno una volta al mese, quel giorno arriva. Vai a un date con tuo marito. Non esci soltanto a cena o a vedere un film, vai proprio a un date. Che qui è kind of big deal. Una cosa ufficiale insomma. Certo non ufficiale come il primo date di cui film e telefilm americani ci hanno rimbambito per anni, ma talmente importante che poi la babysitter vuole conto e ragione di quello che avete fatto.

Comunque da quando siamo Mommy e Daddy 24/7 ci siamo ripromessi di abbracciare questa tradizione- sempre meglio del superbowl- e di andare a un date. Che poi una volta al mese diventa una volta ogni sei mesi, e non vuoi mica mancare la settimana di San Valentino.

Perchè quando hai un figlio le cose cambiano, si sa, non c’è più corsetta nel parco o yoga prima di cena. Prima di cena, o la prepari, la cena, o ti sorbisci trenta minuti di irritanti trenini parlanti nel magico mondo di Chuggington. Dopo cena non c’è neanche più Breaking Bad, che siamo riusciti a finirlo in circa due anni, e adesso mi addormento davanti alla seconda stagione di House of Cards. Dopo cena uno lava i piatti e l’altro lo mette a letto. Quando Tony non si addormenta leggendo I musicanti di Brema. Insomma, dopo cena, si dorme.

Ed è così, che dopo aver sistemato Little K con la baby-sister, come la chiama lui, ci siamo goduti una serata tanto tanto romantica, al cinema d’essai ma non popcorn free, in compagnia di The Leviathan, film russo con sottotitoli in inglese della durata di centoquarantuno minuti, su un pescatore russo che combatte i cattivoni al potere ma non disdegna la vodka. Anzi la vodka gli dà dei superpoteri. E il leviatano finisce pure male. La prossima volta la corrazzata Potemkin non ce la toglie nessuno.

Quando siamo tornati a casa Little K era ancora sveglio e ciarliero (ho mangiato tre piatti di spaghetti, mi sono lavato i denti col dito, e ho mangiato un altro piatto di spaghetti), la baby-sister sotto shock (ma quanto mangia?), detriti di macchinine (e verosimilmente spaghetti) sul letto, e una sorpresa.

Prima di addormentarsi mi ha cantato You are my sunshine di Johnny Cash.

Best Valentine ever.

Screen Shot 2015-02-12 at 1.57.51 PM

14

Barefoot in the park

Di domande me ne hanno fatte tante, troppissime nell’anno appena trascorso, alcune appropriate, molte curiose, la maggior parte invadenti. E io quasi mai ho la risposta pronta. Una delle domande più gettonate è com’è diventare foster parents da un giorno all’altro. Di solito rispondo ermeticamente con overwhelming, blatero qualcosa citando la parola roller-coaster, oppure lancio uno sguardo a metà tra ”lasciami in pace che tanto non te lo so spiegare” e ”lasciami in pace che tanto non te lo voglio spiegare”, ma fondamentalmente è andata così:

Il giorno prima sei al pub a bere birra con i tuoi amici, e a parlare di vacanze alle Hawaii, e il giorno dopo ti ritrovi al parco a discutere appassionatamente di pipipupù, tantrums e bedtime. E il parco diventa il tuo nuovo birrificio. Solo i personaggi che incontri sono un tantino diversi.

Screen Shot 2015-01-27 at 3.14.01 PM

La popolazione prevalente è rappresentata dai genitori Guarda-Come-Sono-Bravo-E-Rilassato-Con-Tre-Figli-Dai-Zero-Ai-Cinque-Anni, quelli che hanno letto tutti i libri sul parenting,  hanno iscritto i pargoli alla preschool quando non erano ancora stati concepiti e dicono sempre la cosa giusta al momento giusto. I loro bambini tipicamente li ritrovi a Santa Monica che sgranocchiano cetriolini e baby carote, piccoli hipster crescono, sdraiati seraficamente sulla loro copertina di cotone biologico.

Poi ci sono i genitori che Vengo-Qui-Per-Farmi-I-Cazzi-Miei, così possono leggere il giornale, controllare facebook, e vendere e comprare azioni in tempo reale. I loro figlioli si muovono in piccole bande e sgranocchiano junk-food dai colori fosforescenti nel parco vicino casa nostra.

Qui non dimentichiamo anche le Costco-Moms (Costco è un abominevole superipersupermercato americano), amorevoli mamme e piacevoli esseri umani, la cui conversazione oltre ai figli si limita però alla lista della spesa, il menu della cena e nuove idee di cibi precotti per il lunch box.

Occasionalmente puoi anche imbatterti  nel Papà-Che-Broccola-Con-Le-Altre-Mamme. Il suo tenero e innocente pargoletto non è che una scusa per osservarti da troppo vicino e toccarti (se ti va bene) i capelli . Questo temibile esemplare è per fortuna raro ma è stato avvistato da entrambi i lati della 405. Solo fingere di dover accompagnare tuo figlio in bagno per un’emergenza ti salverà.

In tutti questi posti puoi trovare me e little K; me con un libro sconosciuto di Steinbeck in mano e il Time sotto il braccio, e lo zaino dei pirati di traverso, mentre cerco di fare conversazione con i genitori illuminati e meno illuminati, ma fondamentalmente non stacco gli occhi da mio figlio; e lui che corre come un cavallo pazzo, a piedi scalzi sale al contrario dallo scivolo e si butta dalla scale sulla sabbia a bocca aperta, fa la monkey bar che neanche Yuri Chechi alla sua età, chiama tutti my friend e il cetriolo me lo schifa.

Io sono di quelli Io-Speriamo-Che-Me-La-Cavo.

3_barefoot_in_the_park_475x285

18

Quello che pensano i bambini

Alcuni bambini pensano che i bambini li porti la cicogna. Altri che nascano sotto il cavolo.

Mio figlio pensa che i bambini vengano portati dall’assistente sociale. E da tre mesi non fa che parlare di Little Brother, questo supereroico ratmaniano amico immaginario, che ha già un lettino pronto nella sua stanza e una macchinina nuova nell’armadio.

Little Brother si mette sempre nei guai, si trasforma in un robot gigante dalle sembianze di Pinocchio e ogni tanto si strozza con una polpetta, muore e poi risuscita, rompe i giocattoli nuovi di Big Brother e gli dice di giocare ancora cinque minuti prima di lavarsi i denti. E poi altri cinque ancora. Little Brother incontra i soldati americani durante la seconda guerra mondiale ma per fortuna non gli sparano, vogliono solo farsi una foto con lui e l’asinello. Little Brother viene rapito in continuazione sotto le sembianze di dalmata, uova di dinosauro o cucciolo di foca puzzolente. Little Brother guida la motocicletta senza permesso e quando Big Brother se ne accorge gliela taglia a metà con le forbici.

mini donuts

Se penso che un anno fa mio figlio è arrivato nella macchina dell’assistente sociale, piccolino, magrolino e con la faccia spaventata di vecchietto, e adesso può andare avanti a disquisire per trentacinque minuti no-stop forte dei suoi quarantatrè pollici e quaranta pounds, se penso che si sveglia cantando Allafieradellest e All’ombra dell’ultimo sole si era appetito un pescatore. Che parla americano meglio di noi, capisce l’italiano anche se a volte fa finta di no, canta in hebrew che mi sembra l’esorcista e conta in spagnolo e portoghese.

Se penso che ci sono quarantamila little brothers e sisters nel foster care e che me li porterei tutti in casa ma non si può.

Se penso a un altro anno di assistenti sociali che ti aprono il frigorifero e chiedono domande improbabili e e vogliono parlare in privato con tuo figlio (che li chiama stupid e chi può dargli torto). A un altro anno di assistenti sociali adorabili che ti rassicurano e rispondono alle tue quarantamila email e portano sorrisi e Monster Truck alle visite. A un anno di pianti in tribunale e a un anno di no-viaggi-fuori-dalla-California.

Ripenso a tutto questo, e penso che sì, certo che lo rifarei, lo rifaremmo, e lo rifaremo. Magari non subito subito. Magari, adesso che le acque sembrano un po’ più calme, pensavo di ricominciare a scrivere sul blog.

Che dite?

45

Quattro giorni

La faro’ breve.

Anzi no.

Non lo so.

Non so più’ nulla da quando martedì’ pomeriggio sono diventata foster mamma di un dolcissimo bimbo di tre anni. Tony e’ un foster papa’ e siamo una super curly pretty awesome family.

Perche’ puoi anche leggere manuali per prepararti a gestire i capricci, esercitarti in letture della buonanotte, iscriverti a corsi online per cucinare sano per i bambini e tradurre mentalmente ninnananne dall’italiano all’inglese, e poi da un giorno all’altro ti arriva un cucciolo di uomo spaventato con tanti ricciolini crespi e ti sciogli e ti dimentichi tutto. E la stanza che era la stanzasenzafiglio diventa la sua stanza col suo letto dove la notte si gira e si rigira e mi dice I like this bed. Il lettino dove la notte russa perché’  e’ raffreddato e dove la mattina si sveglia e vuole la banana.

Quattro giorni e siamo già’ così’ rimbambiti esausti e felici come non mai e ci gira la testa.

E’ arrivato il momento di salutare questo blog, e tutti voi, almeno per un pochino.

Spero di ritrovarvi un giorno, magari in un altro blog, che parla della nostra nuova vita.

Bye Bye!!!