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Primo giugno

Allora, il primo giugno pensatemi.

Quando alle 17.30 del primo giugno voi starete contando i minuti alla fine della giornata lavorativa, starete pensando alla spesa e alla cena, starete decidendo se andare in palestra che si sa il lunedì ci vanno tutti ed è sempre affollata, starete andando a prendere vostro figlio/a all’asilo/scuola/danza/karate, quando vi starete infilando in macchina/metro o starete inforcando la bicicletta, o forse sarete in un posto e in un momento triste che non sapete perchè o come, pensate che in quel momento, ore 8.30 qui a LA, Little K con Tony e Mommy saranno tutti impupati al tribunale dei minori a finalizzare finalmente l’adozione finale.

La notizia è arrivata due giorni fa in una breve email del nostro avvocato hawaiiano che nel tempo libero suona l’ukulele, details will follow, mi scrive, aloha.

I dettagli quindi non li so, so che ci sarà il giudice con la toga e la parrucca bianca e boccolosa, e ci saranno gli avvocati con le facce finalmente rilassate e gli assistenti sociali felici, che questa è la parte più bella del lavoro. So che la mia ricerca su google dresscode adoption ceremony non ha dato risultati significativi, e che mi sono comprata un vestito elegante bianco e nero che fa molto sono una mamma di classe e affidabile e mi vesto bene perchè sono italiana. So che Tony dovrà rassegnarsi per la seconda volta nella sua vita a indossare la sua unica cravatta viola e il vestito buono. So che Little K. non farà storie più di tanto a infilarsi nel completino camicia, gilè e papillon rosa, che a lui è meglio dargli da vestire che non dargli a mangiare – detto siciliano poco traducibile. So che avrò mal di stomaco la sera prima. So che mia sorella non vede l’ora di fare ”pubblica” su Fb appena sarà ufficiale. So che piangerò tutto il tempo cercando di pensare a qualcosa che mi fa ridere per smettere di piangere ma non ci riuscirò. So che festeggeremo, dopo, con gli amici. So che little K. pensa che andiamo dal giudice per chiedergli di adottare un altro bambino. E in fondo so che il giudice non avrà la parrucca.

Soprattutto se siete in un posto e in un momento triste, pensate alla nostra storia a lieto fine. It’s gonna be ok.

Details will follow.

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Cin cheers

Un po’ mi mancano, quelle visite settimanali -ma anche bi o trisettimanali-, e quelle domande che mi prendevano alla sprovvista. Quel passare l’aspirapolvere strategico un minuto prima che suonasse il citofono. Quel controllare ossessivamente coltelli e forbicine in giro per casa e chiudere tutto a chiave con l’apposito lucchetto a prova di incredibile Hulk.

Ma da quando abbiamo firmato gli incartamenti che ci hanno trasformato in prospective adoptive parents, tutti i nostri assistenti sociali sono spariti nel nulla. Puff. Io ancora le chiamo -loro non rispondono. Lascio messaggi in segreteria -nulla. Mando circa tre email al giorno – a volte qualcuno dà un cenno di vita. Ma perlopiù ci hanno lasciati qui, in questo limbo prospettico. Puff puff.

Perchè quando ti abitui a vedere la tua casa, e la tua vita, invasa da sconosciuti, pur con le migliori intenzioni, e poi di punto in bianco questi ormai non più sconosciuti smettono di intromettersi, ti chiedi se sia normale. Forse si sono dimenticati di noi, pensi. Beh, io di sicuro non mi sono dimenticata di loro. Non mi sono dimenticata di tutte quelle volte che ho dovuto raccontare daccapo la storia di little K, descrivere minuto per minuto la sua giornata tipo e le mille volte che ho dato l’indirizzo della scuola, sempre lo stesso.

Di quella volta che non avevo fatto la spesa e Michelle ha controllato il frigorifero e ha trovato un’insalata, tre pomodori, un vasetto di burro di arachidi (quando mai) e poco altro, e ha commentato quanto la nostra dieta sia sana, ed era seria, e forse un po’ delusa di non aver trovato  mac&cheese e ali di pollo fritte.

Di quella volta che ho aperto lo sportello della cucina per mostrare ad Allen le provviste di acqua e cibo in caso di catastrofe stile armageddon, e il gatto ha fatto capolino con nonchalance tra fagioli in scatola e confezioni di Trader O’s.

Quella volta che Julia mi ha chiesto cosa fai se tuo figlio scappa di casa, e io a convincerla che non era un’eventualità, chiudo tutto a chiave, le ho detto, e non sapevo cos’altro dire, e lei insisteva, se ma se scappa cosa fai, e io insistevo che non scappa, e siamo andate avanti così all’infinito.

Quella volta che Christian mi ha chiesto se in casa usiamo un sistema di positive reward, e io serafica gli ho detto che mio figlio mi dà uno sticker ogni volta che mi lavo i denti. Due se passo il filo interdentale.

Quella volta che Chiquita doveva venire alle sette e mezza di mattina ed è arrivata con un’ora e mezza di ritardo, vestito giallo a fiori e tacco 12 per novanta chili di ilarità con una punta di isterismo, e ha parlato del traffico di LA per quattro minuti e mezzo e chiesto di mio figlio per trenta secondi e poi se n’è andata – ma cosa vuoi da una che si fa chiamare Chiquita.

Quella volta che Brianna mi ha chiesto come integriamo il background culturale americano del bambino con quello italiano. E io ho farfugliato, cercato di cambiare argomento e infine non ho saputo rispondere, ma poi mi è venuto in mente che little K. alle feste brinda al suono di battaglia di Cin Cheers!!!, e la domenica mattina mette l’olio d’oliva sui pancake, e se non è un esempio di integrazione questo. E da allora tutte le volte spero che me lo chiedano di nuovo.

E adesso che so le risposte a tutte le domande, adesso che so cosa aspettarmi, adesso che sono diventata ossessivamente ordinata anche se pochi ci crederanno, aspetto solo di brindare Cin Cheers una volta per tutte.

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(Nel frattempo festeggio un anno che little K. mi chiama mommy).

(anzi mommymommymommy).

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To Kill A Hummingbird

Quelle domeniche di ordinaria follia in cui il vento dell’oceano soffia troppo forte per uscire. E allora resti a casa, apri il Los Angeles Times della scorsa settimana, e dopo due secondi tuo figlio ti salta addosso.

E allora ti sdrai sul tappetino yoga sperando di praticare un po’ di savasana, e dopo un inhale-exhale tuo figlio ti salta addosso. Quindi ti spodesta e decide di giocare a yoga cars.

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E, quando dopo lunghe e vibranti sessioni di yoga cars, ma anche treni & animals, lego & airplanes, e brevi ma temerarie partite di basketball in stanza, e improbabili passaggi di baseball in soggiorno, il figlio miracolosamente dorme e tutto sembra tranquillo, il gatto ti porta in casa un hummingbird morto.

Ma questa è solo una domenica di ordinaria follia in quel di Los Angeles. Namastè.

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Di danzatrici del ventre e Taylor Swift

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Ho visto feste di compleanno di bambini in età prescolare che voi italiani non potete immaginare.

Ho visto danzatrici del ventre volteggiare nel giardino di casa di Jackie, quattro anni appena compiuti.20150315_130422

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Ho visto treenni e quattrenni danzare nella megasala da ballo al compleanno di Mina e Sabrina, otto anni in due, sotto luci stroboscopiche e fumo ad effetto, DJ e musica disco. Ho visto video di Taylor Swift proiettati sulla parete e bambine che conoscevano tutte le parole cantare a squarciagola. Ho visto genitori indicarmi il posto segreto dove trovare la tequila. E spiegarmi chi è Taylor Swift.

Ho visto mamme arrivare alle sette di mattina al parco per riservare un tavolo per la festa del figlio tema pirata.

Ho visto troppe Elsa e troppe feste Frozen. Troppe. (ma questo anche voi).

Ho visto feste di bambini in età da asilo (!) con tanto di favoloso catering messicano, camerieri che ti aprono la porta, camerieri che ti servono tacos caldi caldi e burritos in tutte le salse e camerieri che passano l’aspirapolvere per ogni briciola caduta per terra.

Ho visto allestire spettacoli di burattini, face-painting, attori e attrici vestiti da supereroi. Ho visto madri distribuire la lista delle cose da fare alla festa, caccia al tesoro alle dieci e mezza, cantare happy birthday alle undici, aprire regali alle undici e quarantacinque. La festa finisce a mezzogiorno e quindici, grazie e thanks for coming.

Ho visto bambini saltare come pazzi a Pump It Up, squallido edificio della periferia losangelina vicino all’autostrada, due stanze piene di case gonfiabili e scivoli gonfiabili dove si può giocare a tempo, quindici minuti nella stanza numero uno e quindici minuti nella stanza numero due, colori così artificiali che ti fanno male gli occhi.pumpitup

Ho sentito di feste di compleanno in fattoria con tanto di carro stile casa nella prateria carico di genitori e bambini urlanti trainati dai cavalli.

Ho pensato alle feste di compleanno di quando ero piccola. Con le pizzette e gli arancini e quando l’animatore era uno zio un po’ brillo oppure Sandro l’amico musicista di papà e i bambini si aggiravano tra il salone e tra le stanze da letto dove si provavano le pellicce delle amiche di mamma e i genitori si divertivano più di tutti, a mangiare e bere e a discutere a voce alta,  i nonni, bisnonni, cugini e zii pure. E pure la maestra. Mia madre invitava pure la maestra, checidevofare. Erano feste di famiglia. Erano feste fatte a casa, in casa. Taylor Swift non ce l’avevamo, al massimo la macarena. Anzi credo fosse la lambada. Erano feste per la famiglia, i piccoli e gli adulti. E non avevi bisogno dell’intrattenimento programmato, che c’intrattenevamo da soli, e neanche di travestirti da Spiderman o principessa Sofia. E mi chiedo però cosa è meglio, questo american-style parenting esagerato sì ma sempre bambinocentrico, o l’italian-style spontaneo e arraffazzonato ma dove gli adulti primeggiano un po’ e al massimo vieni consultato sul gusto della torta.

Ma questa è Los Angeles, dove la famiglia allargata di solito non c’è e dove ogni genitore è stato almeno a una festa di compleanno più costosa del suo matrimonio. Nel mio caso tutte, visto che ci vuole poco a superare il budget di duecento dollari del matrimonio di Las Vegas.

E la mamma che arriva al parco alle sette di mattina per riservare il tavolo, ve lo confesso, sono io.

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How happy can we be

DSC_0147Un bel giorno ti arriva una mail che ti chiede quando vuoi andare a firmare gli incartamenti per l’adozione di little K, mercoledì o giovedì? Firmato una delle mille assistenti sociali che in questi mesi ti hanno osservato, giudicato, annotato e scrutinato. Che senza ritegno hai inondato di messaggini, mail, voice-mail. Che ti danno versioni diverse della storia di tuo figlio, ti fanno le stesse identiche domande ogni volta che vengono a trovarti e gli fanno saltare la scuola causa visita a casa.

Così, un bel giorno, dopo che per un anno e due mesi ti prepari a questo momento solenne, e non hai ancora capito se  questo andare a firmare paperwork è burocrazia o felicità, l’ennesimo step di un processo che sembra durare da mille anni o un nuovo inizio.

Sempre via mail, senza ormai più vergogna, non le chiedo mica cosa significano questi documenti, che mi sono stufata di spiegazioni tecniche e termini giuridici e cavilli burocratici. Le scrivo how happy can we be.

Happy like possiamo andare a festeggiare? Happy like siamo fuori dal tunnel? Happy like prenotiamo una vacanza alle Hawaii? Happy like le cose vanno bene ma aspettiamo ancora qualche giorno per essere sicuri sicuri sicuri? Happy like possiamo dormire la notte? Happy like mi faccio un espresso o happy like mi drinko un margarita?

Salta fuori possiamo essere happy like prospective adoptive parents di little K, oramai ex-foster parents. Happy like abbiamo firmato documenti per tre ore in un piccolo ufficio con tre social workers una simpatica una scazzata e una scandalosamente assente ma in teleconferenza. Happy like su metà dei documenti i nomi mancavano o erano sbagliati o avevano fatto un copia e incolla da un caso precedente e abbiamo rifirmato tutto daccapo e mangiato caramelle. Happy like mi sono rubata la penna con la quale ho firmato per ricordo. Happy like dopo siamo andati a pranzo in un ristorante italiano a Culver City invece di tornare subito al lavoro. Happy like ci sentiamo tanto più leggeri e Little K ha già un nuovo cognome italiano che fa tanto giocatore di calcio di serie A e che per gli americani sarà impossibile da comprendere. Happy like quando la magica parolina prospective si dissolverà fra altri fatidici sessanta giorni, e saremo davanti al giudice, e io piangerò tutto il tempo, allora potremo essere happy like really really happy. Like happily ever after.20150402_161348

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Mammamariama

Ci hanno visitato gli zii dall’Italia, per due settimane, e oltre a beccarsi gli unici cinque giorni di pioggia dell’anno, hanno anche avuto il primo incontro faccia a faccia col nipotino che ha insegnato loro a dire oh man, si è esibito in partite di basket che neanche i Lakers e ha capito subito che se non può avere qualcosa da mommy va subito da zia Nomellina.

Da parte sua, Little K, da Smoke on the Water e Space Oddity, è passato a cantare mammamamammamariama e ilcaffèdellapeppina, che diociaiuti, ha un guardaroba Disney che fa arricciare il naso a Tony ed è stato nutrito di nascosto a orsetti di gomma e lollipop troppo grandi.

Insieme abbiamo girato Los Angeles in lungo e largo e adesso che sono partiti, adesso che tutti quelli che dovevano venirci a trovare l’hanno fatto e li abbiamo portati a vedere la scritta di Hollywood e Beverly Hills, e Santa Monica e Venice, e a bere la birra dove la bevevano i Doors, e il margarita dove tracannava Janis Joplin, e abbiamo mangiato i pancakes a Manhattan Beach, e guardato i surfisti fighi e i surfisti con la panza, e rivelato spiagge segrete a Malibu, risposto per l’ennesima volta che Baywatch non l’hanno girato qui ma a Miami, e fatto window-shopping a Rodeo Drive, e no, non lo so il negozio dov’è andata Pretty Woman, e non so neanche la casa di Brendon&Brenda, e siamo andati all’osservatorio, e mangiato messicano, californamericano, organico-vegano, coreano e libanese, e siamo arrivati a Downtown che sembra New York e Tijuana tutt’insieme, e a quanto è bella UCLA, e tanto shopping e tanto souvenir, adesso siamo noi che vogliamo partire.

http://gencept.com/city-of-the-week-photography-20-los-angeles

Vogliamo tornare a Milano e portare il bambino al birrificio, genitori debosciati, che Tony se l’è pure sognato, e al parco che non mi ricordo come si chiama ma quello vicino alla fermata Udine dove c’è il fiume che puzza e dove andavamo a correre, e al ristorante di Mommaso che se l’è aperto da poco a Repubblica e si chiama L’Arca dei Sapori, e se siete a Milano andateci e salutatemelo, e allo spazio Oberdan a vedere film improponibili, e a conoscere i figli dei nostri amici natidopo. E vogliamo andare a Roma per mostrargli edifici che siano più vecchi di cento anni e salutare lo zio pittore e lo zio pasticcere e le piazze e la luce e i colori che sono diversi. E vogliamo andare in Sicilia a mangiare la granita con la brioche che in inglese non si può spiegare, e farci viziare dai nonni, che continuano a comprare macchinine e aereoplanini da mostrare su Skype, e a tuffarci nel mare senzaleonde.

Nemmeno tredici ore di volo con little K che ha bisogno di correre otto ore al giorno ci spaventano. Se potessero mettere un canestro sull’aereo però non sarebbe male.

Mammamaria se vogliamo partire ma dobbiamo aspettare i fatidici sessanta giorni, che ormai sono vicini. Nel frattempo teniamo duro e cantiamo un po’.

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Butterfly effect

Screen Shot 2015-02-20 at 12.39.38 PMAlex è arrivato da San Francisco, con due giorni di ritardo, perchè ha dovuto percorrere diciassette miglia di costa avanti e indietro un paio di volte per vedere tutti gli elefanti marini e le foche e le lontre. Che poi le lontre non le ha viste, e allora si è comprato la maglietta.

Alex, quando l’ho rivisto dopo quasi due anni, mi è sembrato tanto più grande e forte e noi tanto più piccolini.

Alex è nato ventisette anni prima di K, nello stesso esatto giorno, e K è nato ventisette anni esatti dopo Alex, in quello stesso giorno in cui noi quattro, Alex, Daphne, Tony e io, ci alzavamo in un campeggio della Lapponia, io e Daphne ci nascondevamo in bagno a gonfiare i palloncini, e cantavamo buon compleanno su un plumcake finlandese variegato al cioccolato e poi partivamo a pedalare per le foreste; K è nato mentre Alex si fermava ogni chilometro per cibarsi di berries sul ciglio delle strade, e poi voleva fare una strada alternativa into the wild e allora gli abbiamo detto ci vediamo dopo, e Tony e Daphne e io siamo andati avanti a pedalare per dieci, venti, trenta chilometri, quaranta chilometri, dicendo avrà preso una scorciatoia e adesso ci spunta davanti e ci fa il verso; K è nato mentre la mamma di Alex chiamava dalla Russia per fargli gli auguri ma Daphne aveva il suo telefono e non poteva rispondere per dire che ce l’eravamo perso; forse K era già nato mentre Tony, Daphne e io ci fermavamo a pranzare in un microscopico villaggio di tre case e un’osteria, dai aspettiamolo qua, il posto più tipico e delizioso di tutto il viaggio, con marmellata dolce di frutti di bosco e zuppa cremosa ai funghi e patate burrose; K piangeva già quando Tony ha deciso di tornare indietro a cercare Alex disperso nel giorno del suo compleanno e Daphne e io cercavamo un posto per la notte dove piantare le tende e le renne ci hanno inseguito nella foresta e Daphne era preoccupata e mi ha fatto vedere l’anellino che Alex le aveva regalato; K forse dormiva quando Tony dopo aver ripercorso i quaranta chilometri ha trovato Alex con la bicicletta in spalla, e la ruota bucata, che rassegnato tornava al campeggio in cerca di aiuto, e nessuna delle tre macchine che erano passate in otto ore si erano fermate ad aiutare un povero ciclista in tutina rossa elasticizzata che si sbracciava come un pazzo e mimava ”pompa pompa” con le mani; K era nato, e vivo, e piccolissimo, mentre Tony aggiustava la ruota e la pompava e tornava indietro, caviglia infiammatissima dopo centoventichilometri, e riportava Alex a Daphne, e noi due avevamo trovato una casetta nella foresta e cucinato la cena e io avevo imparato come si monta una tenda.IMG_0481

Alex quando ti incontra la prima cosa che ti racconta è la Storia del Suo Compleanno. In una versione lunga, vittimista e melodrammatica che mi piace sempre ascoltare e che ormai capisco anche in russo. E ormai la sa anche little K.